Save the Children pubblica la decima edizione del Rapporto Mamme, che analizza le sfide affrontate dalle madri nel mercato del lavoro, con un focus dedicato alle mamme sole, e analizza le politiche a sostegno della genitorialità.
Proprietà artistica e letteraria riservata ©Save the Children
A cura di: Patrizia Luongo
Foto di copertina: Francesco Alesi & Francesco Ferraro per Save the Children
Pubblicato da Save the Children, Maggio 2025
Nei dieci anni trascorsi dalla pubblicazione dal primo Rapporto Mamme – Le Equilibriste, lo
svantaggio in ambito lavorativo delle donne nel nostro Paese persiste, come una sfida complessa e
multidimensionale.
Nel 2024 sono nati circa 370mila bambini nel nostro Paese, il 2,6% in meno rispetto all’anno
precedente. Anche il tasso di natalità è sceso leggermente, passando dal 6,4 per 1.000 del 2023 a 6,3
nuovi nati ogni 1.000 abitanti nel 2024. Cresce ancora anche l’età media al parto, che raggiunge i 32,6
anni mentre il tasso di fecondità tocca il minimo storico di 1,18 figli per donna.
Negli anni sono cambiate anche le strutture familiari. Nel 1983 i nuclei monogenitoriali con almeno un figlio minore erano 468mila, mentre sono oltre 1 milione nel 2023 i nuclei monogenitoriali con almeno un figlio sotto i 20 anni.
Nonostante le donne costituiscano quasi la metà della popolazione (49,7%), la loro rappresentanza in
posizioni di potere e la loro partecipazione politica rimangono significativamente sproporzionate.
Secondo un recente rapporto ILO, le donne costituiscono il 94,6% delle persone che restano fuori dal mercato del lavoro perché svolgono lavori di cura non retribuiti e costituiscono il 50% dei lavoratori a bassa paga. Di questo passo, saranno necessari 130 anni per raggiungere la parità.
I dati relativi ai tassi di occupazione nel 2024 mostrano un forte svantaggio di genere che diventa
ancora più marcato nel caso siano presenti dei figli. Se complessivamente il divario tra uomini e donne
nei tassi di occupazione è pari a circa 20 punti percentuali (84,1% per gli uomini e 64,9% per le
donne), se consideriamo i genitori con almeno un figlio minore, la differenza arriva a sfiorare i 30
punti percentuali. Il tasso di occupazione per le madri con almeno un figlio minore è pari, infatti, al
63,1% contro il 91,9% dei padri con almeno un figlio minore.
Inoltre, mentre tra le donne con e senza figli si nota uno svantaggio, per le prime, in termini di partecipazione al
mercato del lavoro (68,9% è il tasso di occupazione per le donne senza figli e 63,1% per
quelle con almeno un figlio minore), tra gli uomini emerge una situazione diametralmente opposta,
con tassi di occupazione più elevati tra quanti hanno almeno un figlio minore (91,9%) rispetto a chi
non ha figli (77,8%).
I dati sull’occupazione mostrano forti disuguaglianze non solo legate al genere, ma anche alla
presenza di figli e all’area geografica. Al Nord il tasso di occupazione maschile raggiunge livelli più
elevati rispetto alle altre due macroaree, indipendentemente dalla presenza di figli minori. Per le
donne, invece, si osserva uno svantaggio che si aggira intorno ai 5 punti percentuali, tra quante hanno
o non hanno figli, in tutte le aree del Paese.
Anche il titolo di studio influenza fortemente i tassi di occupazione: tra le donne tra i 25-54 anni con
la licenza media lavora solo il 38,1% di quante hanno almeno un figlio minore (contro il 48,7% delle
donne senza figli) mentre tra le donne laureate il tasso di occupazione è più elevato tra quante hanno
almeno un figlio minore (83,8%) rispetto a quante non hanno figli (79,4%).
La disoccupazione colpisce più le donne degli uomini (7,5% contro il 5,6% degli uomini) ma è
leggermente più bassa tra le donne con almeno un figlio minore (6,5%) rispetto alle donne senza figli
(8,8%). Anche in questo caso, però, si osservano delle differenze geografiche.
Per le donne, la maternità si traduce in una maggiore precarietà e frammentazione del lavoro, con una
differenza di oltre 10 punti percentuali nell’incidenza del tempo pieno tra quante hanno almeno un
figlio minore (64,4%) e le donne senza figli (77,8%). Al contrario, tra gli uomini, la percentuale di
contratti a tempo pieno è leggermente superiore per quanti hanno almeno un figlio minore (95,9%)
rispetto a quanti non hanno figli (91,6%).
Guardando al tipo di contratto emerge uno svantaggio per le donne senza figli rispetto a quelle con
figli minori, tra queste ultime, infatti, è più elevata la percentuale di quante hanno un contratto a
tempo indeterminato e inferiore quella di quante hanno un contratto a tempo determinato, mentre
non si osservano significative differenze nella quota di lavoratrici autonome.
Nelle stime ISTAT per il 2023, sono 953 mila le madri sole con figli sotto i 20 anni. Nel 2024, si contano
1.019.000 madri single tra i 25 e i 54 anni, di cui 716mila con almeno un figlio minorenne.
In generale, le famiglie monogenitoriali sono maggiormente esposte al rischio di povertà e questa
fragilità economica si manifesta in vari aspetti della vita quotidiana, con ripercussioni dirette sul
benessere dei minori.
Essere una madre single gioca un ruolo anche nel mercato del lavoro. Tra le madri single con almeno
un figlio minore, il tasso di occupazione nel 2024 è pari al 67,5% ma con valori che vanno dal 44,2%
del Mezzogiorno all’83,8% del Nord, passando per il 75,8% del Centro.
Come per le madri in coppia, anche in questo caso a livelli di istruzione più elevati corrispondono tassi
di occupazione maggiori, con una differenza di oltre 40 punti percentuali tra le madri single laureate e
quelle con al massimo la licenza media.
Poco più di una madre single su 10, con almeno un figlio minore, è invece disoccupata (10,5%). Anche
in questo caso le differenze territoriali sono marcate. Se al Nord poco più di una donna su 20 è
disoccupata (5,6%), al Mezzogiorno la disoccupazione interessa più di una donna su 5 (21%). Mentre,
come per le madri in coppia, titoli di studio più elevati si associano a tassi di disoccupazione più bassi.
Per quanto riguarda il regime orario, 2 donne su 3 (66,3%) hanno un contratto a tempo
pieno mentre circa una su 3 (33,7%) ha un contratto a tempo parziale.
In tutte le macroaree, la maggior parte delle donne ha un contratto a tempo indeterminato, con valori
che oscillano dal 59,6% del Mezzogiorno al 76,5% del Nord.
Anche la situazione abitativa mostra uno svantaggio per le madri sole con almeno un figlio minore
rispetto ai padri soli. E lo stesso vale per la situazione reddituale che presenta una differenza di oltre
8.500 euro tra madri e padri soli, a vantaggio di questi ultimi.